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02

Lug

2009

Bersani e Franceschini si candidano alla segreteria PD

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Scritto da PD Poggio Berni   

Bersani: servono radici al progetto del Pd

Prima un minuto di silenzio per le vittime di Viareggio, poi il programma "elettorale". Ossia, "mettere radici solide" al Pd, senza dividersi tra vecchi e nuovi, e soprattutto parlando all'Italia e ai suoi bisogni. Davanti a una platea piena di gente all'Ambra Jovinelli, Bersani ha presentato il suo programma "elettorale": in vista della sfida della leadership con Franceschini. Nessuno, afferma, mette in discussione il progetto, ma servono correzioni. "Alle ultime elezioni il partito ha mostrato punti di tenuta e quindi non è mai stato messo in discussione il progetto politico, questo progetto però, ha proseguito, ha bisogno di forti correzioni". «Non si dica - ha aggiunto Bersani in polemica con quanti lo descrivo come l'uomo dell'apparato con una visione del Pd troppo vicina ai Ds -  che i problemi che abbiamo nascano dal tradimento del progetto originario; essi nascono da non aver messo il progetto su basi culturali solide. Ed è quello che io voglio fare».

«Sono il candidato di nessuno che pensa ci sia bisogno di tutti», afferma l'ex ministro del governo Prodi, «ma dobbiamo avere le idee chiare sulla nostra carta di identità, perchè io non credo a un partito post identitario, senza identità riconoscibili ogni gesto mette un punto interrogativo su chi sei davvero e ti disarmi verso una destra che sparge ideologie».

Bersani ha tracciato così l'identikit: «un partito democratico che vuole estendere l'area del centrosinistra, che partecipa alla alleanza con i liberali in Europa, non scollegato dai ceti produttivi e dalle nuove generazioni, un partito del lavoro che difende «i diritti» e «non consente che a decidere di come devo morire sia il senatore Gasparri o il senatore Quagliariello».

    Bersani sostiene che serve un Pd che si "ricolleghi" agli italiani. Parla di un «partito del nuovo civismo» che si batte per una «sobrietà della politica, un partito contemporaneo fortemente orientato alla modernità». L'esponente democratico ha
esortato: «mettiamo le radici ma andiamo oltre Dc, Margherita e Partito comunista. Dobbiamo avere radici vere, quelle che furono la premessa delle grandi formazioni del '900».

Una battuta anche al tema introdotto dall'inbtervista a Repubblica di Debora Serracchiani, che ha fatto discutere nel Pd: "«Se impostiamo il dibattito su categorie inafferrabili, come vecchio o nuovo, giovane o vecchio, con la cravatta o senza cravatta, l'Italia volterà la faccia dall'altra parte e noi forse perderemo anche il partito».


01 luglio 2009


Mercoledì 01 Luglio 2009 di DARIO FRANCESCHINI
ROMANO Prodi con il suo intervento di ieri pone un tema strategico per il futuro del Pd: quale risposta dare alla crisi della rappresentanza dei partiti, come colmare il vuoto di partecipazione che caratterizza questa stagione della politica, come dare senso a quella cittadinanza attiva che dovrebbe essere il fulcro del precetto costituzionale secondo il quale ognuno può "concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". La risposta di una forte articolazione federale, suggerita da Prodi, va nella direzione giusta, poiché affronta il nodo delle specificità territoriali, la questione del Nord così come quella meridionale. Ma investe soprattutto il rapporto tra elettore ed eletto che deve essere ripristinato e che deve essere uno dei pilastri fondanti di un partito realmente federale. Non possono che essere i territori a decidere chi li rappresenta.
Quando poniamo il tema della rappresentanza c'è, tuttavia, una domanda che precede la questione della forma organizzativa del partito e che riguarda piuttosto la "missione" che si vuole realizzare.
Abbiamo detto che il Pd nasceva come risposta forte alla crisi della democrazia. Una crisi profonda, per molti aspetti inedita. Una crisi che ha prodotto ferite profonde nelle nostre società, allargando lo spazio delle ingiustizie, delle disuguaglianze, delle povertà. Contrapponendo in modo intollerabile libertà e solidarietà, sviluppo e coesione sociale, diritti e doveri. Rendendo insopportabile il divario tra garantiti e non garantiti. A tutto questo le nostre culture di riferimento quelle del campo democratico non hanno saputo dare risposte convincenti.
Ecco, dunque, la missione per cui nasce il Pd: unire i riformismi per dare una risposta alle domande nuove che hanno cambiato l'Italia e il mondo nel tempo della globalizzazione.
Un'ambizione straordinaria nel senso letterale del termine. Ma è proprio questa straordinarietà a giustificare la novità del Pd. Se si fosse trattato soltanto di rendere più efficace l'azione di un governo sarebbe stato sufficiente "ristrutturare" la coalizione di centrosinistra. Invece serviva di più: serviva un grande partito capace di rappresentare quello che spesso abbiamo definito il timone riformista per il governo del Paese. Un partito forte, radicato e dunque rappresentativo dell'intera società italiana, capace di declinare al futuro le sue culture democratiche, ed in particolare l'esperienza preziosa dell'Ulivo, e di costruire su queste basi la sfida alla destra.
Un partito, che nel quadro della democrazia bipolare dell'alternanza, rappresenti il soggetto politico riformatore capace di mettere in campo una proposta di governo competitiva, una nuova alleanza non solo per vincere ma che sia poi in grado di governare. Un conto è coltivare possibili alleanza con i partiti già esistenti sulla base di compatibilità programmatiche, un altro è pensare di "appaltare" pezzi di rappresentanza della società italiana suddividendo tra diversi soggetti diverse missioni politiche.
Questo significherebbe non soltanto negare la ragione stessa di un partito plurale come il Pd ma anche rendere più debole l'azione di governo. Chi ritiene che lo schema della sinistra e del centro distinti e alleati (magari col trattino) funzioni meglio di fatto nega le ragioni fondative del Pd.
Certo la costruzione di un partito plurale, aperto, post-ideologico è difficile, perché occorre mettere in discussione vecchie appartenenze, modi di essere, certezze che si ritenevano definitive. Agli aggettivi che ho usato per qualificare la novità del Pd ne aggiungo un altro indispensabile al nostro percorso: laico.
Non si tratta di evocare la laicità solo per "regolare" in un partito o nella società il rapporto tra credenti e non credenti. Le confessioni religiose, in un paese libero come l'Italia, hanno piena libertà non solo di annunciare il loro credo, ma anche di intervenire su temi dibattuti dall'opinione pubblica. Ma la politica, dopo aver ascoltato tutte le voci, deve poter decidere in piena autonomia, senza dover rendere conto ad altri che non siano il corpo elettorale e la Costituzione. Questa è la laicità. E credo non si possa pensare ad un baluardo più solido, a difesa della laicità, di un grande partito come il Pd, capace, proprio perché radicato nel Paese, di resistere ad ogni indebita pressione o ingerenza.
E un partito laico è un partito necessariamente plurale, che fa della contaminazione tra le visioni del mondo e le culture politiche una straordinaria occasione di arricchimento reciproco e un argine efficace contro tutti gli integralismi e i fondamentalismi, religiosi come ideologici.
Ecco alcune caratteristiche del Pd che dobbiamo costruire: una partito federale e aperto, plurale e laico. Una forza innovativa capace di leggere e governare il cambiamento.

Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Luglio 2009 17:36
 
Discussione (1 posts)
Bersani e Franceschini si candidano alla segreteria PD
Jul 02 2009 17:57:34
Discussione sull´articolo: Bersani e Franceschini si candidano alla segreteria PD

Nei giorni a seguire conosceremo meglio i progetti di Bersani e Franceschini.
Ritengo interessante segnalare l'articolo del senatore Pd Ignazio Marino sulla sua idea di PD.

Ignazio Marino: Il Partito Democratico che vorrei
Come molti ragazzi della mia generazione preparavo gli esami di medicina in compagnia di un mito, un medico anche lui, Che Guevara, il cui sguardo spiccava sul poster appeso nella mia camera. Crescendo ho affiancato a quella immagine la foto di Enrico Berlinguer con i capelli scompigliati dal vento, pubblicata sulla prima pagina dell’Unità quando morì. In quegli stessi anni in cui si formava la mia coscienza di adulto, attraverso l’educazione familiare e lo scoutismo consolidavo le mie convinzioni di credente su principi che non escludevano la partecipazione al fermento sociale degli anni Settanta. Tempo dopo, vivendo e lavorando negli Stati Uniti, mi sono ritrovato a curare con il trapianto il fegato decine di veterani del Vietnam che si erano ammalati di epatite durante la guerra. Dai drammatici racconti di quei soldati contro i quali avevo manifestato da ragazzo, e dalle loro sofferenze di uomini, ho compreso meglio le responsabilità della politica, le colpe di governi che non esitano a manipolare la realtà e a privare della felicità le persone che, in genere, aspirano ad una vita serena e onesta.
Il mondo è cambiato negli ultimi quarant’anni con una rapidità sconosciuta in precedenza: nel 1969 esistevano solo quattro computer collegati in una rete tra altrettante università americane. Oggi le persone che accedono a Internet sono più di un miliardo e gli studenti forse non sanno nemmeno cosa sia un poster perché scaricano le immagini dei loro miti dalla rete e le condividono con gli amici su Facebook. Però non è cambiata la loro aspirazione a costruire insieme un mondo migliore.
Mi sono entusiasmato due anni fa quando milioni di persone, studenti e pensionati, lavoratori e casalinghe, in un clima festoso sono scesi nelle piazze italiane per partecipare in prima persona, con il loro voto, alla fondazione del Partito democratico. Fu un’esperienza straordinaria perché nasceva da una sentita esigenza di dare vita ad una grande forza democratica che avesse l’ambizione di governare il paese per modernizzarlo, strapparlo all’assenza di meritocrazia, alla corruzione dilagante, alla paura della diversità, eliminando l’abitudine a spacciare la furfanteria per competitività, ma soprattutto restituendo la speranza, la cui perdita in particolare tra i giovani, è l’elemento di disgregazione sociale più distruttivo che si conosca.
L’originalità dell’idea e la sua audacia risiedevano nella convinzione di voler edificare un partito non funzionale a se stesso e alla propria classe dirigente ma costruito da persone di diversa estrazione e orientato ad ascoltare tutti sui grandi temi della nostra epoca. Un partito in grado di ricreare luoghi di incontro e di discussione, anche accesa: luoghi non per pochi che si riuniscono per parlare del paese ma per molti che vogliono parlare con il paese. Oggi spiace constatare con amarezza che la politica spinge il dibattito pubblico a imputridire su argomenti che nulla hanno a che vedere con le esigenze della società, mentre buona parte della classe dirigente eletta si balocca intervenendo a proposito di vicende irrilevanti o semplicemente fastidiose, chiusi in palazzi dove non giunge l’eco della vita quotidiana.
Dove sono finiti i temi che riguardano la vita di ognuno? Il diritto al lavoro, ad un salario dignitoso, alla casa, la gestione dei rifiuti nelle grandi aree metropolitane, i treni per i pendolari, i cinquecento ospedali a rischio sismico, il milione di persone che ogni anno emigra dal sud per curarsi in un ospedale del nord, gli oltre 200 mila precari di una scuola sempre più povera, la giustizia senza risorse che costringe le persone nel limbo dell’incertezza? In Italia esiste una maggioranza che non vota centro- destra, che non frequenta le feste alla panna montata nei palazzi lussuosi, che si riconosce nei principi della solidarietà e dell’uguaglianza, ma che oggi si sente orfana e disunita in assenza di un interlocutore credibile, di un partito politico che si assuma delle responsabilità e sappia creare le alleanze essenziali per proporsi credibilmente al governo del paese. Non è un ragionamento scontato per me che, sino al 2009, non ho mai posseduto una tessera di partito anche per il disgusto che provavo, e provo, quando apprendo che qualcuno è diventato primario o impiegato all’aeroporto perché il politico giusto ha fatto la telefonata giusta. Eppure, mi sono convinto che la forza organizzata di un grande partito politico possa contribuire a raddrizzare le sorti di un paese zoppicante anche per quel che riguarda il rispetto delle regole democratiche.
Purtroppo, dopo la campagna elettorale del 2008, l’intuizione iniziale si è arrestata di fronte ai limiti o ai timori di un gruppo dirigente che non ha saputo gestire la forza del cambiamento. La reazione è stata la chiusura, l’autoconservazione più che la sfida, in pieno stile gattopardesco, uno stile che oggi mostra tutta la sua debolezza e che rischia di ferire mortalmente quel che resta del progetto. La vicenda del testamento biologico è stata esemplare: la posta in gioco non era solo consegnare una legge laica al paese, attraverso la quale ognuno potesse fare una scelta in base alle proprie convinzioni o alla propria fede. Significava affermare il principio secondo cui uno stato laico deve sempre proteggere i diritti civili con norme che siano davvero rispettose degli orientamenti e della libertà di ciascuno. Non “diritti speciali”, ma diritti uguali per tutti, siano essi gli ammalati, le donne, le coppie di fatto, gli omosessuali o chiunque altro. Per questo il testamento biologico è stato la cartina di tornasole che ha dimostrato come la maggioranza della nomenclatura ha preferito una falsa unità, solo di facciata, piuttosto che dare una risposta chiara ad uno dei mille interrogativi che la modernità ci pone. E lo stesso accade per molti altri temi. Il Partito democratico ha mai discusso e poi stabilito una linea sull’opportunità o meno di tornare all’energia nucleare quando anche il Nobel per la fisica Carlo Rubbia ci ricorda che non esistono metodi sicuri per smaltire le scorie radioattive? E come si pone nei confronti di un paese nei fatti multietnico ma dove la cultura dell’integrazione è ancora un miraggio? Perché non si parla quasi mai del controllo che la criminalità organizzata esercita su parte delle attività produttive e dunque sull’influenza che ha sull’economia del paese?
La mia risposta è netta: l’intuizione è stata giusta ma il percorso è sbagliato e perseverare nell’errore porta al fallimento. E’ necessario, non per il Partito democratico che io concepisco come strumento, ma per il paese ascoltare le persone, raccogliere le idee migliori, offrire opportunità a chi è pronto ad impegnarsi, favorire meccanismi che diano la certezza che pagare le tasse non significa sovvenzionare lo sperpero del denaro pubblico ma affidare a chi accetta di sottoporsi al pubblico scrutinio le risorse per migliorare la vita di tutti. Le persone che incontro nelle piazze, negli ospedali, nelle scuole, nelle aziende continuano a credere in questi valori, ma vogliono il confronto, chiedono di essere ascoltati perché non si fidano più di un progetto a scatola chiusa proposto da chi ha dimostrato di non essere più al passo con i tempi.
I sostenitori del Partito democratico sono stufi, delusi, nauseati dalle incertezze e chiedono posizioni nette e trasparenti dove, come si legge nel Vangelo di Matteo, il sì è sì, il no è no, tutto il resto è del maligno. E se non si trova un accordo, o se vogliamo chiamarla una “mediazione alta”, su un tema specifico, io penso che tutto il partito debba esprimersi liberamente e poi esigere fedeltà alla linea decisa democraticamente dalla maggioranza: è un diritto che gli iscritti dovrebbero rivendicare e poi sarà compito dei dirigenti dirigere e conciliare. Perché se manca questo, manca l’efficacia dell’azione. E tutti sappiamo di quanto sia necessario in Italia abbandonare gli annunci e agire, agire, agire.
Condivido questi sentimenti con moltissimi sostenitori del Partito democratico che in questo momento non si sentono pienamente rappresentati dai leader attualmente in campo e che mi chiedono di impegnarmi in prima persona. Per questo credo che il congresso debba servire soprattutto a fare chiarezza, a raccogliere una sfida e a dimostrare che è possibile cambiare, costruire attraverso il lavoro di persone giovani di spirito e solide negli ideali, appassionate, libere, visionarie ma determinate a far uscire dal tunnel della crisi economica e della mediocrità informe di chi lo governa, un paese conosciuto in tutto il pianeta per la generosità e l’intelligenza del suo popolo.

fonte:Il Foglio mercoledi' 1 luglio
#68

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